Tavola Rotonda: Religioni e convivenza civile: nuovi scenari per l’Italia

Tavola Rotonda: Religioni e convivenza civile: nuovi scenari per l’Italia

Ad aprire la discussione è stato il Prof. Alessandro Rosina – docente di demografia nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano – mostrando come il tema dell’integrazione e della convivenza sia cruciale per i nostri tempi e determinato da implicazioni politiche, economiche che, nell’arco di pochi anni, hanno cambiato gli scenari di riferimento. Preziosi sono i dati che sono stati forniti dallo studioso. La popolazione straniera, secondo le ultime stime, si attesta nel nostro Paese a circa 5 milioni di persone che provengono da vari Paesi, tra cui: Romania, Albania, Polonia, Ucraina nonché dall’Africa sub sahariana. In particolare, un immigrato su due proviene dall’Europa, uno su cinque dall’Africa, uno su sei dall’Asia. In Lombardia si assiste ad una forte concentrazione di stranieri: la provincia di Milano ha superato quella di Roma, con un’incidenza media pari al 7%; mentre Brescia – con Mantova, Piacenza, Reggio Emilia e Prato – giunge al 12%.

Dinnanzi ad un tal quadro si possono fare le seguenti considerazioni:
1) da un lato, il nostro Paese riserva poche chances alle classi più giovani, che lamentano una scarsa mobilità e gravi difficoltà di impiego; dall’altro la popolazione anziana è in forte crescita. «L’immigrazione – ha osservato Rosina – è in grado di ridurre questo squilibrio, che, peraltro è più accentuato al Nord. In proposito, occorre smentire l’opinione diffusa secondo la quale il Nord d’Italia sarebbe una delle aree più popolate d’Europa. In realtà, è vero il contrario: si sta andando progressivamente verso lo svuotamento».
2) Un altro aspetto importante è quello economico: si è calcolato che l’incidenza degli immigrati sul PIL è pari al 10/15%.
3) Per quanto concerne la sostenibilità e la previdenza pubblica i numeri confermano che gli stranieri contribuiscono a mantenere l’INPS in attivo.
4) Non si deve, inoltre, dimenticare che il continuo incremento della popolazione anziana e il progressivo innalzamento dell’aspettativa di vita porta le famiglie alla richiesta di badanti e colf a fronte, tra l’altro, di un welfare pubblico scarso.
5) Altro elemento da sottolineare è la rimessa, ossia il flusso economico che gli stranieri in Italia trasferiscono nei Paesi d’origine.

Posto che il fenomeno dell’immigrazione è strutturale, qual è la percezione degli italiani?
Per il 53% gli stranieri sarebbero troppi; mentre per chi conosce meglio il fenomeno e tutte le sue implicazioni la visione è più positiva, al punto che la percentuale sopra menzionata scende al 32/35%. Fortunatamente, in controtendenza con la media europea (40%), gli italiani che considerano gli stranieri una minaccia, in particolare gli appartenenti alla confessione islamica, si attestano al 22%; mentre il 60% ritiene che anche gli stranieri irregolari dovrebbero avere l’accesso ai servizi e alle strutture ospedaliere . Un italiano su tre pensa che sia giusto non contrastare la permanenza degli immigrati sul suolo italiano.
Di questi oltre il 50% è di religione cristiana, mentre i musulmani sono pari ad un immigrato su tre, gli orientali ad uno su dieci.
A fronte di 5 milioni di stranieri presenti in Italia, oltre mezzo milione è nato nel nostro Paese. Si tratta delle cosiddette seconde generazioni: un bambino è considerato straniero fino al diciottesimo anno di età.

«Dunque – ha proseguito il docente – l’incidenza degli stranieri in Italia sembra maggiore per la restrizione delle leggi vigenti in materia.
Non a caso i dati del Dossier Caritas mostrano che gli stranieri:
a) non sono persone dal tasso di delinquenza più alto;
b) non consumano maggiori risorse pubbliche di quanto non versino in tasse e contributi;
c) costituiscono un ammortizzatore demografico e occupazionale.

Semmai ciò che si dovrebbe contrastare è il pregiudizio negativo che porta, inevitabilmente, all’adozione di restrizioni politiche e che tende a disincentivare gli immigrati più competenti a venire in Italia. Come dire: l’adozione di misure restrittive non ostacola il fenomeno strutturale dell’immigrazione, ma ne peggiora la qualità».
Quali soluzioni si prospettano per una migliore convivenza?
In primis, occorre fare leva su un’integrazione condivisa: il fenomeno dell’immigrazione non va subito né respinto, ma affrontato con misure politiche adeguate investendo sui giovani e sulla scuola. In tal senso, l’educazione alla differenza, al dialogo e al confronto reciproco sono gli strumenti migliori su cui puntare perché i rischi siano contenuti. Basti pensare, soltanto, all’alta percentuale, peraltro in costante aumento, dei matrimoni misti (15% a livello nazionale e 20% al Nord nel 2008). Di questi, uno su cinque è composto da un coniuge straniero, con un tasso di instabilità vicino al 70%. In caso di separazione, e in misura ancor maggiore se vi sono dei figli, le coppie miste sono più conflittuali (17% contro il 14%).

Dopo l’attenta analisi demografica del Prof. Rosina, il Prof. Giovanni Filoramo – ordinario di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Torino e, dal 2000, presidente del «Centro di Scienze delle religioni» presso la medesima Università – ha concentrato il suo intervento sulla sottile distinzione tra pluralismo religioso e pluralità religiosa. «Se con il primo termine – afferma lo studioso – si intende indicare la compresenza di religioni che convivono – fenomeno questo già registrato nel corso della storia europea –, con il secondo si indica la concorrenza tra le varie appartenenze religiose».

Ma quali sono le novità del pluralismo contemporaneo?
Per un verso, esso ruota attorno ad una situazione più concorrenziale che porta al centro la scelta dell’individuo (si pensi all’immigrato che non ha più una comunità di riferimento); per l’altro, assistiamo oggi ad una progressiva deculturalizzazione delle religioni, anche se non si può sottovalutare l’aspetto identitario. Pertanto la tendenza del nostro tempo è quella di una società meticcia sia da un punto di vista culturale che religioso.
Desta abbastanza scalpore che la geografia religiosa che sta maggiormente mutando sia quella del Cristianesimo. L’ortodossia, un tempo ignota e conosciuta perlopiù dalle élites culturali, oggi si sta diffondendo progressivamente, trovando un suo importante veicolo nell’immigrazione dell’Est, composta in larga misura da badanti e colf.
D’altro canto non si può parlare, soltanto, di un pluralismo culturale, ma anche di un pluralismo storico.
«Questo pluralismo storico che non aveva mai intaccato quello cattolico – argomenta Filoramo – ora si trova in una posizione nuova riattivando le tradizioni delle minoranze religiose. In che misura, dunque, gli immigrati, che sono portatori di una nuova fede, possono costituire un fattore di integrazione o di conflitto? Vorrei ricordare un’iniziativa importante promossa dal Comune di Torino dal 1999 al 2005. Si trattava dell’attivazione di un laboratorio delle religioni che tentava di favorire un dialogo costruttivo offrendo, inoltre, opportunità di approfondimento capaci di formulare proposte a più livello: istituzionale, sociale, civile. Questo può essere un esempio concreto di come affrontare oggi il fenomeno dell’integrazione».

Infine, Stefano Semplici – professore di Etica sociale all’Università di Roma «Tor Vergata» e neo presidente del Comitato internazionale di Bioetica dell'Unesco – ha approfondito l’aspetto etico del tema in esame, muovendo dalle tesi formulate da Charles Taylor, nel suo famoso saggio: L’età secolare (Feltrinelli, Milano 2009), sulla secolarizzazione nel contesto della cultura occidentale.

Esse si possono così riassumere:
1) la spartizione di dominio tra la sfera politica e quella religiosa. Egli non esita a sottolineare come gli spazi pubblici «siano stati svuotati di Dio o di qualsiasi riferimento alla realtà ultima» e pertanto «le norme e i principi che seguiamo, le deliberazioni in cui ci impegniamo allorché operiamo all'interno delle diverse sfere di attività – economica, politica, culturale, educativa, professionale, ricreativa – in genere non [facciano] riferimento a Dio o alle credenze religiose, [mentre] le considerazioni su cui basiamo le nostri azioni [restino] basate all'interno della "razionalità" di ciascuna sfera»;
2) la diminuzione della credenza e della pratica religiosa;
3) la trasformazione della fede religiosa in un’opzione tra le altre.

Quest’ultima affermazione comporta delle conseguenze decisive: significa riconoscere che non v’è più spazio per la circolarità tra etica e religione.
«Secondo la versione neo-illuminista – chiarisce – la messa in crisi di questa circolarità comporta il passaggio dalla religione all’etica. A ben vedere, Lessing e Kant si esprimono allo stesso modo partendo dal rapporto tra religio e ratio. È forse possibile pensare ad un contributo, in chiave universalizzante, delle religioni alla costituzione della base civile?
La risposta – continua il docente – è negativa non tanto perché certi contributi non siano ritenuti importanti, ma perché nella situazione storica odierna – oggi non viviamo nella pluralità, ma nel pluralismo – le diverse religioni che si trovano a convivere configgono tra loro. Come è possibile, ad esempio, affrontare una questione bioetica così delicata e al tempo stesso così importante quale quella che ha per oggetto le cellule staminali, volendo tener conto della posizione dell’Islam, dell’Ebraismo, della Chiesa Cattolica, del Buddismo, senza dimenticare, ad esempio, quella dei Valdesi?»

Dinnanzi ad una tale situazione, occorre prendere sul serio il conflitto che oggi v’è tra le religioni.
Cosa si può fare? Per un verso, intraprendere la via teologica in cui si applica il logos, per l’altro prediligere quella filosofica con la ripresa del kantiano giudizio riflettente ovvero quel giudizio che – a differenza di quello determinante ove il particolare è sussunto sotto l’universale dato – contiene solo il particolare, e l’universale è da ricercare. Appunto il Giudizio lo deve trovare. Pertanto questo Giudizio si chiama riflettente perché questo «universale che si deve trovare» non è una legge a priori dell’intelletto, ma deriva da «un principio della riflessione su oggetti per i quali oggettivamente ci manca affatto una legge».

Che cosa significa, allora, prendere sul serio le religioni?
«Significa – ha concluso Semplici – prendere sul serio le varie narrazioni in cui ciascuno crede. Non dimentichiamoci, tuttavia, che le religioni possono apportare un contributo considerevole poiché hanno nella loro radice il senso del limite e del mistero».

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Inizio evento Martedì 17 Maggio 2011 | 18:00
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