Seminario - La società parallela delle comunità di immigrati in Germania: Fatto o finzione?

Seminario - La società parallela delle comunità di immigrati in Germania: Fatto o finzione?

L’INTEGRAZIONE DEI TURCHI IN GERMANIA
Il seminario della Prof.ssa Emel Huber ha preso avvio dalla premessa fondamentale secondo la quale alla base del problema dell’integrazione c’è l’aspetto linguistico-culturale. Non c’è e non ci può essere integrazione senza conoscenza della lingua e della cultura del paese che accoglie.

COLONIE TEDESCHE COLONIE TURCHE
Si è partiti, dunque, con il distinguere tra la presenza dei tedeschi in Turchia e dei turchi in Germania. Da ciò è emerso, per un verso, che in Turchia vi sono colonie tedesche nelle metropoli come Istanbul, Ankara e Izmir (perlopiù abitate da scienziati, professionisti che vi risiedono temporaneamente ) e nelle città che si affacciano sul Mediterraneo come Antalya (popolate da persone, per la maggior parte si tratta di pensionati, che hanno scelto di trasferirsi definitivamente); per l’altro, che in Germania si contano numerose colonie turche dovute alle seguenti ragioni: accordi per il reclutamento di forze lavoro (20%); ricongiungimento familiare (50%); migrazione matrimoniale (25%); richieste d’asilo (5%). I

GASTARBEITER
Se negli anni 80 si era registrata un’alta percentuale di curdi che avevano inoltrato richiesta di asilo politico in Germania, è a partire dagli anni 50 che prende avvio il reclutamento di lavoratori stranieri, i cosiddetti Gastarbeiter – ritenuti lavoratori ospiti e non migranti – che erano assunti a tempo determinato (per un anno), salvo vedersi prolungare il contratto da parte dell’azienda presso la quale prestavano il proprio lavoro. Essi provenivano dai principali Paesi europei quali: Italia, Spagna, Jugoslavia, Grecia. Dal 1961 si assiste ad flusso di forza lavoro proveniente dalla Turchia. Tale reclutamento cesserà a partire dal 1973. Ma quali erano le condizioni di lavoro dei Gastarbeiter? Piuttosto problematiche. Infatti tali lavoratori erano reclutati, divisi e collocati in nuclei abitativi secondo la nazionalità; nessuno parlava il tedesco perché la conoscenza della lingua non era richiesta. Questa condizione di “isolamento” non consentiva ai Gastarbeiter di coltivare relazioni e stabilire contatti né con i colleghi tedeschi né con gli altri lavoratori. Per quanto concerne, in maniera più specifica, l’immigrazione dei turchi in Germania, la docente ha fatto notare che un tale flusso non era stato previsto da entrambi i Paesi. Di qui la mancata pianificazione di un’immigrazione, per così dire, inaspettata di concerto ad una convinzione molto radicata tra i tedeschi: la Germania non si è mai considerata un Paese meta di immigrazione, al punto che, soltanto, negli ultimi 10-15 anni si è cominciato a riflettere sul problema dell’integrazione degli immigrati. Allo stato attuale, i Verdi e la SPD, sono gli unici partiti che rinvengono nel concetto di migrazione un significato positivo, di contro al governo Merkel, che sposa ancora ciò che potremmo chiamare un vetusto retaggio culturale.

IMMIGRAZIONE TRA PRESENTE E FUTURO
Per comprendere più da vicino il dibattito sull’immigrazione occorre gettare un duplice sguardo: l’uno presente, l’altro sul futuro. Pertanto, con riferimento all’oggi, occorre tenere presente che l’immigrazione è necessaria a causa di una forte flessione delle nascite e dell’aumento degli emigranti (specialmente medici e accademici nonché famiglie di immigrati). Da ciò risulta che è necessario ricercare e impiegare misure efficaci per migliorare l’integrazione degli immigrati, ad esempio, introducendo l’obbligatorietà dell’esame linguistico per ottenere il permesso di soggiorno. Con riferimento al futuro, è necessario prendere coscienza che la Germania è un Paese di immigrazione e da questa premessa si deve partire per promuovere una politica dell’immigrazione e un’immigrazione pianificata: i tedeschi si sono resi conto di aver bisogno di forza lavoro. La Prof.ssa Huber, nel rimarcare l’assenza o l’insufficienza di una tale politica, ha ricordato che nell’ultimo quinquennio è stata introdotta, in Germania, la “carta blu”, al fine di richiamare forza lavoro qualificata dal Pakistan e dall’India. Purtroppo i risultati sono stati piuttosto deludenti se è vero che si è assistito, nel clima infuocato di chi urlava: «Kinder statt Inder (bambini, non indiani) », ad un duplice effetto negativo: la contrarietà all’immigrazione da parte delle maggiori forze politiche unitamente alla mancata risposta dei lavoratori in questione.

MISURE PER UNA MIGLIORE INTEGRAZIONE
Ma quali sono le misure da impiegare per addivenire ad una migliore integrazione? Innanzitutto occorre investire in ricerca sul fenomeno della migrazione – si pensi, ad esempio, a centri ad hoc quali: BIM (Bonner Institut für Migrationsforschung), IMIS (Institut für Migrationsforschung und interkulturelle Studien), SVR (Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration), IB (Interkulturelle Bildung), ZfTM (Zentrum für Türkeistudien undMigrationsforschung) . Inoltre, è parimenti importante l’introduzione di figure istituzionali, di nomina politica, per l’integrazione: ad esempio, Frau Böhmer che opera a Berlino. Si tratta di persone che, pur non avendo potere decisionale, costituiscono un punto di riferimento per questioni relative all‘immigrazione Infine, grande attenzione deve essere riservata all’ambito della formazione/istruzione, settore nel quale la Prof.ssa Huber vanta un’esperienza ultraventennale.

POPOLAZIONE TEDESCA E IMMIGRAZIONE
La percezione dei turchi in Germania Poste queste fondamentali premesse, è inevitabile chiedersi come è mutata la migrazione, in Germania, dagli anni 50 ad oggi. Dall’ingresso nella Unione Europea gli italiani, gli spagnoli e i greci stanno meglio rispetto agli anni 50 e 60. Il miglioramento delle loro condizioni di vita, ne ha determinato un consistente rientro nei Paesi di provenienza. Oggi non si contano più operai greci e spagnoli, i cui numeri non erano, comunque, alti. Secondo il microcensimento effettuato nel 2009 la popolazione totale tedesca è pari a 82.000.000 persone, di cui il 15 % con un ‘background migratorio’ così diviso per nazionalità: - Serbi 297.000 - Croati 367.000 - Italiani 771.000 - Turchi 2.502.000 Una tale percentuale, tuttavia, riflette la media nazionale. Non si deve, infatti, dimenticare che in città come Monaco l’immigrazione si attesta al 30% e che vi sono scuole, ad esempio, ad Essen o a Berlino, ove la presenza migratoria va dall’80% al 92%. Questi dati sono già indice di una difficoltà nei conteggi. Nello specifico, per quanto concerne i turchi, coloro che hanno la cittadinanza tedesca o coloro che sono nati in Germania non vengono più considerati, come appartenenti alla nazionalità d’origine; anche i nomi propri non sono attendibili : vi sono turchi che chiamano i propri figli Peter o Kevin oppure, più tradizionalmente, ricorrono a nomi persiani. Un altro elemento di problematicità riguarda l’attendibilità delle statistiche. Ad esempio, secondo Thilo Sarrazin, autore del discusso volume intitolato La Germania si distrugge da sola , il 20% della criminalità di Berlino sarebbe dovuta a giovani turchi e arabi; di contro, secondo l’Università Humboldt di Berlino (sulla base di dati forniti dalla polizia), questa percentuale scende all’8,7% e corrisponde a quella che riguarda i giovani tedeschi. Altra componente da tenere in considerazione è l’opinione diffusa nel Paese sulla minoranza turca. Una tale vox populi ci restituisce un’interessante fenomenologia, se è vero che in occasione degli pubblici (CeBIT, Fiera del libro di Francoforte) l’indice di gradimento pare buono. Si offrono risposte come: «l’amicizia turco-tedesca è tradizione», «la Turchia è uno stato moderno», «l’economia turca è fiorente come in nessun altro Paese europeo»,«la Turchia è un Paese laico». A riprova di questo, è singolare, inoltre, che in coincidenza con manifestazioni di tale levatura, nei programmi televisivi, compaiano scienziate, artiste e giovani donne turche che parlano correntemente tedesco, che ballano e che sorridono. Di tutt’altra specie è l’opinione prevalente, quasi quotidianamente, ma in particolare in occasione delle elezioni politiche. Il ‘giudizio’ dei più è riassumibile in affermazioni quali: «i turchi non sono integrabili» (musulmano = stupido); «i turchi non vogliono integrarsi»; «non vogliamo stranieri»; «la lingua madre in Germania è il tedesco». A questo, si aggiunga l’effetto mediatico che fa da diapason ad una tale visione stereotipata, attraverso trasmissioni televisive che mostrano donne velate, goffe, grasse e barcollanti, che non sanno il tedesco. Queste – sembra sia il messaggio che si intende trasmettere – sono le donne turche. INTEGRAZIONE Per integrazione si intende, secondo quanto illustrato dalla docente, la capacità di prendere parte alla vita sociale. Essa non va confusa con l’assimilazione: i soggetti, infatti, non intendono rinunciare alla propria lingua e identità. L’integrazione, in quanto esperienza vissuta non solo da immigrati, ma anche da nativi e minoranze, è un concetto che si definisce attraverso il suo contrario: la ‘dis-integrazione’, ovvero l’esclusione e l’emarginazione delle minoranze, come è sembrato emergere per il governo Merkel. Inoltre,il processo volto all’integrazione non riguarda solo i migranti, ma anche parti della maggioranza sociale, nello specifico le fasce deboli.

QUALI SONO I CRITERI PER DETERMINARE IL GRADO DI INTEGRAZIONE
Si possono individuare sei criteri per stabilire il grado di integrazione.

1. ACCULTURAZIONE. Essa riguarda: - il livello dell’istruzione; - lo status professionale; - le conoscenze linguistiche; - il reddito; - la soddisfazione rispetto alla propria situazione di vita. Nel commentare questo criterio, la docente ha ricordato come in Germania vi sia un’alta percentuale di donne sole con bambini a carico. Molti di questi bambini, purtroppo, non ricevono istruzione. Per quanto concerne il livello di istruzione, la Prof.ssa Huber ritiene che non sia così basso come viene presentato nelle tabelle che seguono: la prima riguarda la percezione soggettiva della propria competenza linguistica, la seconda il grado di conoscenza della lingua tedesca. Lo stesso dicasi per le competenze linguistiche: se è vero che i turchi si ritengono non adeguatamente competenti, è altrettanto certo che a risultare peggiori non sono tanto i figli di migranti turchi, bensì gli italiani per i quali si evidenzia una percentuale molto alta nell’abbandono scolastico.

2. IDENTITÀ CULTURALE. Esa riguarda: - la nazionalità; - l’intenzione di acquisire la cittadinanza; - il legame con la propria Heimat = luogo dove mi sento a casa; - l’intenzione di ritornare; Il concetto di Heimat, che potremmo tradurre con patria, è molto importante. La docente ha sottolineato il fatto che, se la I generazione nutriva ancora il desiderio di fare ritorno nel proprio Paese d’origine, per le successive – siamo arrivati alla IV generazione – non v’è più questa intenzione. Qui di seguito riportiamo un duplice grafico: nel primo viene indicata l’intenzione di tornare in Turchia; nel secondo il legame con l’Heimat.

3. INTEGRAZIONE SOCIALE. Essa riguarda: - i contatti e amicizie; - le esperienze di discriminazione. Si tratta di due concetti importanti. La Prof.ssa Huber ha fatto notare come il concetto di amicizia, non solo sia soggettivo, ma muti notevolmente se se ne considera la percezione da parte di un tedesco o di un turco o più in generale di un soggetto mediterraneo, che distingue tra amico e conoscente. Per quanto riguarda il secondo concetto, è evidente che se un turco chiede ad un suo connazionale se si sente discriminato, la risposta è sincera; se lo stesso interrogativo viene formulato da un tedesco, non vi è apertura. Secondo un’indagine effettuata dal Centro di Ricerca sull’Immigrazione dell’Università di Essen, i turchi percepiscono, secondo le seguenti percentuali, il loro grado di integrazione sociale: - 47% integrati; - 35,9% piuttosto integrati; - 15,9% in parte integrati. - 2,8 scarsamente integrati - 0,1 non integrati. Dal 1999 al 2009 le esperienze di discriminazione (si veda tabella sotto) hanno superato il 60%, con impennate considerevoli a partire dall’11 settembre 2001, giorno dell’attacco terroristico alle Twin Towers. Tra gli ambiti in cui si vivono esperienze di discriminazione vi sono: - lavoro/scuola/università - ricerca di lavoro - ricerca di abitazione - con le autorità - con il vicinato - nei negozi - dalla polizia - all’ospedale - dal medico - in tribunale - nei locali/ristoranti - in discoteca - presso associazioni

4. PARTECIPAZIONE POLITICA. Essa riguarda: - l’orientamento politico; - la percezione di problemi politici. Sia per i turchi che per i tedeschi, data l’attuale crisi internazionale, la richiesta che viene fortemente avanzata è quella che riguarda il lavoro. Ciò che preoccupa maggiormente è l’alta percentuale di disoccupazione

5. INTEGRAZIONE CON RIFERIMENTO ALL’USO DEI MEDIA. Essa riguarda: - quotidiani, magazines /libri; - internet. La maggior parte degli immigrati di origine turca appartiene alla classe operaia. Questi, in percentuale analoga ai tedeschi che appartengono alla medesima sfera sociale, non leggono giornali o libri.

6. COMPORTAMENTO NEL TEMPO LIBERO, PARTECIPAZIONE ALLA VITA CULTURALE Anche in questo caso l’elemento determinante è l’appartenenza ad una certa fascia sociale e non tanto ad una particolare nazionalità. Se ad esempio, si prende come riferimento la categoria degli accademici, degli scienziati e dei professionisti – siano essi tedeschi o turchi – costoro sono poliglotti e leggono una media di tre quotidiani al giorno. SOCIETÀ PARALLELE La definizione di società parallela è particolarmente complessa poiché non è chiaro, dal punto di vista quantitativo, quale percentuale di turchi/immigrati debba essere considerata sufficiente per definire l’esistenza di un tale tipo di società. Si distinguono, tuttavia, due tipi di società parallele in base alle ragioni della loro origine: a) “nascita” forzata: si pensi ai ghetti dei Gastarbeiter o ai quartieri intorno alle moschee dove crolla il valore degli immobili, che diventano appetibili per gli immigrati. Costoro, infatti, devono misurarsi anche con l’ulteriore difficoltà di individuare soluzioni abitative a basso costo, a fronte di una scarsa offerta di appartamenti per stranieri. b) “nascita” voluta: le società parallele rispondono al desiderio delle persone di vivere con i propri connazionali. Anche in Turchia sono sorte zone popolate, soltanto, da tedeschi: dai quartieri ricchi di Istanbul a città mediterranee come Antalya. Dinnanzi ad una tale situazione è difficile pervenire ad una valutazione del fenomeno: se, per un verso, v’è chi ritiene si possa trattare di un’opportunità, per l’altro, v’è chi sostiene si debba puntare sull’integrazione.

OPINIONI CONTRASTANTI SUL FENOMENO DELL’INTEGRAZIONE E DELLA MIGRAZIONE
Il dibattito sulla liceità delle società parallele, ci permette di analizzare quale sia attualmente la percezione dei fenomeni dell’integrazione e della migrazione in Germania. Anche in questo caso si assiste a problematizzazioni plurivoche che mettono capo a conclusioni molto distanti tra loro. I politici, spesso in sintonia con i media, sostengono che il multiculturalismo sia fallito. Di parere diametralmente opposto sono gli scienziati, gli studiosi, gli industriali, gli economisti che rintracciano nel multiculturalismo l’unica chance in un mondo globalizzato. Gli intellettuali non esitano ad aggiungere che non sia fallita la migrazione, ma la politica per la migrazione. A causa della chiusura (Segregation) tedesca non soffrono solo i migranti: anche i tedeschi appartenenti alle fasce socialmente deboli non sono integrati.

PERCHÉ È FALLITA L’INTEGRAZIONE?
Per cercare di capire quali siano le ragioni che avrebbero condotto ad un fallimento dell’integrazione, la docente ha mostrato le presunte motivazioni addotte dai tedeschi e le relative obiezioni. Dapprima si indicano le ragioni culturali, ovvero si afferma che i musulmani non sono in grado di integrarsi. In realtà, si tende a rintracciare nella religione il solo veicolo della cultura. Intendimento che tradisce un concetto di cultura molto parziale e limitato. Basti solo pensare alla perfetta integrazione dei turchi in America. Tra i fattori che avrebbero portato ad una tale situazione vi sono poi: da un lato, il deficit nell’istruzione: musulmano= stupido – pur essendo in presenza di un dato non certo trascurabile: gli iraniani, che sono musulmani e vengono da fasce sociali colte, hanno una resa scolastica/universitaria eccellente – dall’altro, e sembra proprio risiedere in ciò l’autentica causa di un tale fallimento, la mancanza di una seria politica che sia in grado di favorire l’integrazione.

QUALI SOLUZIONI PER IL PRESENTE?
La docente ha enunciato una serie di soluzioni che si riferiscono ad una doppia linea direttrice: per un verso l’ambito dell’istruzione e della formazione, per l’altro quello che riguarda le misure da adottare per contrastare la discriminazione. Per quanto concerne il primo versante la prof.ssa Huber ha proposto le seguenti soluzioni: - promozione della lingua negli asili; - Esame linguistico prima dell‘inizio della scuola (prova cui andrebbero sottoposti anche i bambini tedeschi appartenenti alle fasce deboli); - lezione a scuola nella lingua madre (tedesco/turco, tedesco/italiano…); - impedire ai genitori la scelta della scuola per evitare il formarsi di scuole-ghetto (si assiste ad un boom di iscrizioni alle scuole private: sono maggiori i vantaggi o gli svantaggi?); - scuole a tempo pieno sia per i figli di migranti, sia per i figli di genitori soli; - lezione di religione islamica da parte di docenti formatisi in Germania (significativo l’esperimento attivato presso l’Università di Mϋnster), ma il problema è: quale Islam insegnare a scuola? Per quanto concerne il secondo versante, queste sono le soluzioni suggerite: - valutazione di candidature anonime (senza nome, senza fotografia) per un posto di lavoro; - istituzione di enti preposti a sorvegliare sulla corretta applicazione delle misure tese a contrastare la discriminazione (ci sono, ma funzionano poco); - regolamentazione delle quote di persone con background migratorio nei partiti (proposta dei Verdi oggetto di accese discussioni)

QUALI SOLUZIONI PER IL FUTURO?
Le soluzioni per il futuro sono così riassumibili: a) ammettere solo migranti selezionati, ovvero con un livello di istruzione medio-alto; b) sottoporre gli aspiranti migranti ad un esame linguistico (il livello richiesto è il B1) e di cultura generale tedesca. Una volta superata la prova, i candidati devono sottoscrivere una dichiarazione nella quale accettano la cultura dominante. c) Non a caso una delle sfide della Germania consiste nel meglio definire cosa si debba intendere per cultura dominante. Dopo l’uscita del libro di Sarrazin e sulla scia delle polemiche innestate dal volume, il governo Merkel (Cristiani-Democratici) ha corretto la definizione di cultura dominante: non più semplicemente ‘cristiana’, ma ‘giudeo-cristiana’. Questo, tuttavia, rischia di complicare ulteriormente una questione già molto delicata e potenzialmente pericolosa: v’è il serio rischio di promuovere l’equazione religione=cultura.

CONSEGUENZE DEI DIBATTITI SUI MIGRANTI DI ORIGINE TURCA
Le conseguenze dei dibattiti sulla migrazione e sull’integrazione non si sono lasciate attendere. Dal 2003 si è assistito ad un improvviso incremento della religiosità fra i giovani turchi in reazione agli attacchi sferrati contro l’Islam dopo l’11 settembre. Contestualmente sono aumentati i rientri in Turchia. Altrettanto indicativo è il diffondersi di un sentore di insicurezza e di inquietudine, cui si aggiunge un alto tasso di frustrazione tra i giovani. Indicativa e insieme preoccupante è la scritta comparsa su un muro che si trova nei pressi dell’Università di Bielefeld: «Die Juden haben es hinter sich, die Türken vor sich (Gli ebrei ce l’hanno alle spalle, i turchi davanti a sé)».

Caratteristiche dell'evento

Inizio evento Sabato 02 Giugno 2012 | 17:00
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